• #DCB

“Lo potevo fare anche io”

Aggiornato il: mag 21


Quante volte durante una mostra, mia o di altri, ho sentito questa frase: “Lo potevo fare anche io”. Che dire, è parecchio irritante, semplicemente per un motivo: non lo hai fatto, banale dirlo, ma non l’hai fatto e non hai trovato un contesto in cui farlo, e beh, visto che non lo hai fatto, la firma dietro al quadro è la mia, non la tua che ti lamenti (o, se non è un mio quadro, la firma non è comunque la tua). Perché dico questo? Ebbene si, lo ammetto, è capitato anche a me di dirlo. Ero giovane, stupido e superficiale (ora, sono rimasto solo stupido). Ma cosa mi ha fatto cambiare idea? Semplice, mi sono informato. Ho cercato di capire, ho approcciato ciò che avevo davanti con dei nuovi occhi, con la voglia di imparare e di sorprendermi. La curiosità l’ha fatta da padrone. Ricordo ancora quando ho realizzato perfettamente il tutto, ci sono state due occasioni. Nel primo caso, avevo circa vent’anni, era novembre, ero tra la Quinta e la Sesta Avenue, a Midtown-Manhattan, e vagavo su e giù estasiato per i piani del MoMA, tra opere davvero incredibili e che sapevo non avrei rivisto dal vivo per molto tempo: Rothko, Dalì, Mirò, Picasso, Warhol, Mondrian, Duchamp e Pollock. E proprio davanti al maestoso “One: Number 31”, di Jackson Pollock (un bestione di 270x530cm circa), del 1950, ho avuto quella sensazione di stupore ed incredulità, di curiosità, che mi ha fatto capire tutto. Una sensazione che solo una volta avrei riprovato, al Museo del 900 di Milano, davanti a “Concetto Spaziale” di Lucio Fontana e, perdonatemi la battuta, ma è stato un taglio definitivo col passato. Da quel momento in poi è stato tutto un divenire, ho messo insieme i pezzi, tutto questo avrebbe influenzato la mia produzione artistica, in positivo! La morale di tutto? Non fermatevi, siate curiosi, cercate sempre di più, cercate di arrivare alla radice delle cose, di dare una vostra interpretazione, non fermatevi al semplice “Lo po potevo fare anche io”, non ve ne pentirete.

ENG: How many times during an exhibition, mine or others, I heard this phrase: "I could have done it too". What can I say, it's quite irritating, simply for a reason: you didn't do it, banal to say it, but you didn't do it and you didn't find a context in which to do it, and well, since you didn't do it, the signature behind the picture is mine, not yours you're complaining about (or, if it's not my picture, the signature isn't yours anyway). Why do I say this? Well yes, I admit it, I happened to say it too. I was young, stupid and superficial (now, I'm just stupid). But what made me change my mind? Simple, I inquired. I tried to understand, I approached what I had in front of me with new eyes, with the desire to learn and surprise me. Curiosity over all. I still remember when I made everything perfectly, there were two occasions. In the first case, I was about twenty years old, it was November, I was between Fifth and Sixth Avenue, in Midtown-Manhattan, and I wandered up and down ecstatic over the plans of the MoMA, among truly incredible works that I knew I would not see again from I live for a long time: Rothko, Dalì, Mirò, Picasso, Warhol, Mondrian, Duchamp and Pollock. And right in front of the majestic "One: Number 31", by Jackson Pollock (a beast of 270x530cm approximately), from 1950, I had that feeling of amazement and disbelief, of curiosity, which made me understand everything. A feeling that only once I would have tried again, at the Museo del 900 in Milan, in front of Lucio Fontana's "Concetto spaziale" and, forgive me the joke, but it was a definitive Cut with the past. From that moment on it was a whole process, I put the pieces together, all this would have influenced my artistic production, in a positive way! The moral of everything? Don't stop, be curious, try more and more, try to get to the root of things, to give your own interpretation, do not stop at the simple "I could do it too", you will not regret it.

#DCB


74 visualizzazioni

©2019 by Concept Art #DCB. Proudly created with Wix.com